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Equazioni Differenziali
di Fabrizio Castellazzo
Il fiume di angoscia quasi kafkiana
che stagna latente in ognuno di noi il martedì mattina sublimava
e l’inquietudine occupava tutto il volume del mio stomaco: l’ora di
matematica era un incubo ricorrente. Il mercoledì l’irremovibile
calendario scolastico ne prevedeva addirittura due
consecutive.
Marinare la scuola era un’impresa: mio padre - che sembrava non darsi
pensiero dei colloqui con i professori - mi accompagnava all’entrata,
ma con una frequenza via via minore.
Non durò che pochi lustri l’epopea napoleonica, così
maestosa!... Come poteva perdurare questa favorevole congiunzione
astrale,
così misera?
Mi defilavo nel vialetto che attraversa il parco adiacente l’istituto
avendo cura di eludere il passaggio degli insegnanti e sottrarmi al
passeggio degli alunni. Salendo per i sentieri del giardino, sovrastato
dal cielo severo e da un improbabile grande fratello, mi guardavo
attorno con circospezione e giunto alla sommità mi avviavo lungo
la strada che conduce alla biblioteca comunale: di rado ne approfittavo
per preparare l’interrogazione, spesso leggevo articoli di musica e
soprattutto di cinema.
Ah il cinema italiano! incapace di ritrovare la propria identità
nel dedalo dalla moltitudine hollywoodiana; ricco di suggestioni che
penetrano il cuore e punti da ponderare. Bisognava fare la posta al
botteghino come un rapace ad un piccione, ed afferrarli al volo, certi
film, prima dell’inclemente rimpiazzo, e non passavano che pochi
giorni… La sala cinematografica era il ritrovo predestinato del sabato
sera. Avevo coinvolto, loro malgrado, un piccolo gruppo di amici:
Franco G. era solito commentare con grasse, e sguaiate risa le scene
più dense. Detestavo questo suo modo di attirare l’attenzione io io io, ma ancor più
maledivo quelle sue sciocche amenità ah ah ah.
Mentre la stagione calda si affrettava e l’anno scolastico giungeva
all’epilogo, alle letture preferivo la moto. Mi diressi verso la
tangenziale ovest, svoltai a destra, poi, a sinistra lungo la strada
che costeggia il fiume. La strada che corre in discesa e poco dopo
diviene sterrata.
«Attraversavo i campi seminati a frumento macchiati da papaveri
esili e setosi: chiazze rosse accese dall’oro. Il fiume fluiva torpido;
impetuosi erano invece gli sguardi che si consumavano dietro i
finestrini delle auto che incontravo. Lo si costeggia ancora per un
tratto fino ad arrivare prossimi al bivio per la radura. Lo guardavo
allontanarsi…».
Una fiat color della senape giunse in senso inverso distogliendomi
dalle mie perplessità. A guidarla era un uomo dai capelli
brizzolati, già intento ad armeggiare con la manovella
dell’alzacristallo prima ancora di frenare; il finestrino dell’auto mi
si fermò davanti…
«Ehi bel ragazzo! non sei a scuola?» disse l’uomo.
«Te lo fai succhiare?» concluse spavaldo.
Rimasi stupefatto, confuso, intesi solo che la prima era una domanda
retorica, gli chiesi di ripetere, ma nel frattempo avevo già
disegnato il pensiero.
«Mi sentivo invadere da una strano, tangibile fervore. Sentivo
salire il sangue alla testa e la testa pulsare, al ritmo delle immagini
e dei sogni di un ragazzo di diciassette anni: desideri in linea retta
e sottosopra agitati. Sovvertiti».
«Se lo faccio io?» risposi con la voce ferma e le gambe
tremanti.
L’avventore sorrise.
Tra il taglio dei pantaloni sbottonati e le pieghe della camicia
guizzò fulmineo un cazzo arrogante, e pulsante più delle
mie tempie.
«Fermo lì a guardarlo… ipnotizzato… sottratto alla
continuità del tempo… Guardavo con occhio assorto quella nitida
virilità, e il volto dell’uomo e il paesaggio circostante
sembravano sfocati».
Mi sorpresi, tutt’a un tratto, proteso verso quel cazzo con la bocca
socchiusa.
«Dio!» sibilai destato.
Mi ritrassi svelto in una stanza dalle finestre inchiodate e porte
sprangate da chiavistelli dai mille lucchetti che aveva l’aria di
essere piena di sicurezza, e senza rendermi conto mi ritrovai con in
capo il casco, abbracciato alla moto, diretto il più veloce
possibile lungo la strada che avevo appena percorso.
«Il paesaggio evanescente si faceva a poco a poco concreto,
correvo come un campione e quella motocicletta rossa da centosettanta
chilometri l’ora, acquistata d’occasione, pareva avere le ali. Stavo
scappando, e non c’era nessuno alle mie spalle, all’infuori dei miei
pensieri…».
Sul finire della giornata ero solito trattenermi con la mia
fidanzatina: «Mentre studiavo al fiume, ho visto un uomo venirmi
incontro cercando cenni d’intesa» le dissi. «Se ne è
andato come era venuto!» conclusi io, l’uomo. Meritai un bacio e tutta la
sua ammirazione.
La mattina del giorno seguente feci fatica a ricordare l’accaduto. Il
primo pensiero fu la lezione di matematica, la professoressa Rinaldi
avrebbe potuto tendermi un’imboscata nella quale sarei stato una
vittima sprovveduta. Lo spettro dell’interrogazione si aggirava
inquieto nella mia colazione. Non era tempo di cadere sotto il fuoco
delle equazioni differenziali e aggravare le cose in maggior misura
così misi pochi libri nello zainetto verde-elettrico e curvo sulla moto
- complice il desistere delle piogge di stagione e del vento, che
sollevava da terra le foglie, a mulinelli, e la polvere dai tetti - mi
diressi verso la tangenziale ovest seguendo una scia invisibile agli
occhi che col passare del tempo ho imparato a padroneggiare; svoltai a
destra, poi, a sinistra lungo la strada che costeggia il fiume. La
strada che corre in discesa e poco dopo diviene sterrata…
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